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|; _°‘’(’‘’‘’’Estratto dalla Si/Zoge linguistica
bi ti dedicata alla memoria di Graziad Isaia Ascoli.
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Il concetto dei dialetti e 1° “ Italia dialettale ,,
nel pensiero ascoliano.
Uno dei problemi fondamentali della linguistica, e di certo il
più intensamente e profondamente studiato, specie per opera
del mirabile incremento preso dalla “ geografia linguistica ,, è
quello della varietà dei parlari umani e della loro costituzione ‘
in unità formate da fenomeni o da combinazioni di fenomeni.
Le cause profonde per cui i parlari presentano, anche all’orecchio
dei profani, forme cosi svariate da paese a paese, nei suoni,
nelle forme, nei costrutti, nel lessico, e i criteri per distinguerli
e delimitarli — non fondati su osservazioni empiriche e, perciò,
ineguali e malsicure, ma su osservazioni scientificamente vagliate
ed esatte — hanno offerto materia di discussioni profonde ed
appassionate fra i linguisti dell'ultimo cinquantennio, sin da
quando l'Ascoli pose, per primo, scientificamente la questione e
iniziò su di essa, in opposizione a P. Meyer, un dibattito, che
ebbe un importante sviluppo nella linguistica. Come conseguenza
pratica di questo dibattito, in Italia, sorse, per merito dell'Ascoli,
un grande fervore di ricerche e di studi volti a delimitare e a
classificare i dialetti, su basi piti esatte e con metodo più ri-
goroso che per l'innanzi, e l'Ascoli stesso ne disegnò un sobrio
e conciso quadro, notevole per sicurezza di dati ed armonia di
linee. Illustrare questo importantissimo aspetto del pensiero del-
l'Ascoli, inquadrandolo nel suo tempo e ponendone in rilievo il
Il concetto dei dialetti e l’' “ [talia dialettale ,, ecc. 303
valore, rispetto a quello dei suoi predecessori e dei suoi suc-
cessori, è il compito che mi son proposto in quest'articolo, che
vuole esaltare il grande Maestro, che tanta via apri al progresso
della linguistica e, nello stesso tempo, far la storia critica di
uno dei momenti più importanti di essa.
Nel primo cinquantennio di vita della linguistica, intesa come
scienza storica — che va dal 1816, anno in cui il Bopp poneva
le basi della “ grammatica comparata ,, al 1870, in cui s'ini-
ziava lo studio dell’evoluzione storica dei linguaggi, anche e
soprattutto intesi come naturale e spontanea espressione delle
collettività umane, cioè dei dialetti — il problema della multi-
forme varietà linguistica era pressappoco al punto in cui l'avevano
lasciato gli antichi: questa era spiegata come il portato natu-
rale della varietà dei climi e delle abitudini umane !. Solo Lro-
NARDO DA Vinci vagamente concepiva esserne la causa la “ mistion
dei popoli ,. Coll’inizio della storiografia romantica e col rin-
novato studio della linguistica si cominciò a concepire e a
mettere in rilievo l’importanza somma di questa “ mistione , nel-
l'evoluzione dei linguaggi umani 2. WiLHELM von HumBoLpr indi-
cava precisamente la “Mischung der Nationen , come principio)
nell'evoluzione delle lingue e delle loro aree, concependola solo
come fattore della storia esterna di esse *). Ma questo prin-
cipio dello Humboldt, come gli altri suoi principî circa l’essenza
della lingua, non aveva suscitato necessariamente, in quel mo-
mento, fra i linguisti, i problemi relativi, per il fatto che questi.
allora, stante la deficienza dei materiali di cui si disponeva e
la loro scarsa conoscenza, non potevano essere risolti. Ben altre
esperienze dovevano accumularsi perchè sorgesse quella possi-
bilità. Questi principî, in Italia, fono però solo teoricamente
304 Nunzio Maccarrone,
agitati o risolti con mezzi inadeguati ed estranei alla lingui-
stica, in rapporto a questioni vive di filosofia del linguaggio ‘e
di etnografia, da scienziati positivisti come il CATTANFO, che
primo pose in maniera precisa l'ipotesi della variazione delle
lingue per opera dei “ substrati etnici 4 e primo incitò i glotto-
logi italiani allo studio dei dialetti, “ unica memoria di quella
prisca Europa, che non ebbe istoria e non lasciò monumenti , °.
Anzi, in quest'ipotesi, si andò tanto oltre che si credette sco-
prire, nei confini dialettali italiani, i confini delle antiche stirpi
preromane e si videro, in tutte le voci non spiegate da base latina,
indubbie radici di lingue preesistenti, su cui, come amava dire
il Cattaneo, si era affermato “ l’innesto robusto di una lingua co-
mune ,, cioè l’arioeuropeo ‘5.
Perché quest’ipotesi diventasse teoria linguistica sviluppata e
avvalorata da parte dell’AscoLr — che aveva ammonito, si badi
bene, contro le sue esagerazioni ® — passò circa un decennio.
Quando, verso il 1870, la scienza linguistica, per opera del Pott
e dello Schleicher, aveva raggiunto un maggior vigore nell’in-
‘ dagine fonetica e s’iniziava il movimento neogrammatico — che,
ponendo il principio dell’ineccepibilità delle leggi fonetiche e
della necessità di spiegare storicamente le cosî dette anomalie 8,
doveva condurre alla concezione “ psicologica , della lingua °
e all'impostazione delle questioni relative all'essenza di essa e
al processo del suo sviluppo — ci si avvide che bisognava per-
seguire, con l'indagine, non le lingue letterarie !°, ma i dialetti,
fonte prima e genuina dell'espressione del pensiero umano, dove
quelle potevano trovare la spiegazione storica del loro essere.
Le grammatiche delle lingue letterarie — per le romanze, quella
classica del Diez — non potevano essere che base di ricerche pit
approfondite e minuziose, e s'intraprese. da una parte, lo studio
descrittivo dei dialetti su base rigorosamente scientifica, lo studio
sperimentale della fonetica, dall’altra. In Italia, per opera del-
Il concetto dei dialetti e l’ “Italia dialettale ,, ecc. 305
l’Ascoli, si affermava l'applicazione severa del principio dei
“ substrati etnici ,, !!, che, perseguendo geograficamente l’espan-
sione dei fenomeni linguistici, doveva contribuire, sia pure indi-
rettamente, al sorgere di quel robusto metodo d'indagine che
fu detto di “ geografia linguistica , 12, Allora sorse l’ “ Archivio
glottologico italiano , !, fondato nel 1873, immediatamente pre-
ceduto dalla “ Romania ,, in Francia (nel 1872), e segufto dalla
“ Zeitschrift fir roman. Philologie , in Germania (nel 1877), e
s'iniziò l'esplorazione scientifica dei dialetti d’Italia col magi-
strale e poderoso studio dei “ Saggi ladini , 14, ch'è una delle
più vigorose applicazioni del pensiero linguistico ascoliano. Da
essa infatti ha origine il movimento scientifico che s’ispira alla
questione del concetto di dialetto e della sua delimitazione e
alla classificazione dei dialetti nostri, che prendeva dal momento
storico col quale coincideva un particolare significato e valore
nazionale.
*
* *
Quando dunque l'Ascoli, nel primo volume dell’ “ Archivio ci
nel 1873, descrisse il gruppo dei dialetti ladini, e, nel volume
terzo, nel 1878, quello franco-provenzale (ma in effetto nel 1875,
perché di quell’anno è la critica di Paur MryrR, pubblicata
7
in “ Romania , IV, 294-5), venne ad ammettere l’esistenza
del dialetto come un organismo definito avente confini precisi e
peculiarità individuali, come una pianta, un animale, ecc., e cercò
di dare alla sua concezione una base scientifica. Gli studiosi
anteriori non si erano occupati della natura dei dialetti, paghi
di descriverli empiricamente, in base ad alcune spiccate pecu-
liarità di suono, di forma e di accento facili a percepirsi, che
variavano da una “ regione , ad un’altra, o se ne erano occu-
pati, cercando, come sopra abbiamo visto, di spiegarla con un
mezzo estraneo alla linguistica: la diversità etnologica degli
MaccarRroNE. 2
306 Nunzio Maccarrone,
abitanti dei varî luoghi in cui quei dialetti erano parlati, come
se i linguaggi umani fossero dei prodotti inalterabili nel tempo |
e nello spazio e i limiti etnologici dovessero necessariamente
coincidere con i limiti dialettali. L’Ascoli, indagando, nel tempo
e piu nello spazio, i fenomeni linguistici, soprattutto fonetici,
di una data regione e aggruppandoli, ne formava un tipo dialet-
tale, il quale veniva cosf ad essere costituito non dai singoli fe-
nomeni della regione, ma dalla loro combinazione. Paul Meyer 14 bis
gli obiettava non essere il dialetto una «“ definitio rei ,, ma
«“ nominis ,, cioè un’astrazione, e la sua delimitazione essere.
determinata da un pregiudizio storico o geografico e non potersi
studiare l'estensione di un gruppo di fenomeni, ma di singoli
fenomeni, perché, se un paese, per un fenomeno arbitrariamente
scelto, appartiene ad un tipo dialettale, per un altro, appartiene
ad un altro finitimo. E l’A. rispondeva che se un dialetto non
è un organismo definito da caratteri propri, inconfondibili con
caratteri appartenenti ad altri organismi, ma da combinazioni
di caratteri comuni ad altri, non per questo perde la sua na-
tura d’individuo, “ perché il distintivo necessario di un deter-
minato tipo sta appunto nella simultanea presenza o nella par-
ticolare combinazione di quei caratteri , 15, qualunque ne sia la
causa (l’À. su questo punto non si pronunziò allora esplicita-
mente) e il tempo, e senza un'assoluta delimitazione di confini !°.
P. Meyer rispose ! riconfermando le sue idee e mettendo in
rilievo che per definire un dialetto ci vogliono limiti netti, i quali
mancano nel campo dei parlari romanzi, tranne là dove essi
confinano col mare o con idiomi non latini (limiti esterni), o sono
spezzati da forti interruzioni di natura fisica (limiti interni).
A P. Meyer si alleò il PARIS ! sostenendo che i parlari di
Francia formano come “ le tableau d’une immense bigarrure ,
e che non vi son dialetti, ma “ traits linguistiques qui entrent
respectivement dans des combinaisons diverses, de telle sorte
i)
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 307
que le parler d’un endroit contiendra un certain nombre de
traits qui lui seront communs, par exemple, avec le parler de
chacun des quatre endroits les plus voisins et un certain nombre
de traits qui différeront du parler de chacun d’eux ,.
La questione di principio fu posta con questa polemica, e ne
scaturi un’ampia discussione, che, fino ai nostri giorni, ha for-
nito, soprattutto fuori d’Italia !’, uno degli oggetti pit impor-
tanti di tutta la linguistica : raccolte e studi lessicali, studi di
fenomeni o di gruppi di fenomeni fonetici, morfologici, ecc.,
atlanti linguistici 2°, Alla sua teoria semplicemente abbozzata
l'Ascoli non tornò più, ma vi insistette ancora, per incidenza,
P. Meyer ?!, chiamando “ chimerica , qualsiasi divisione di dia-
letti e sottodialetti.
Cosî come erano enunziate, le due teorie erano assolute ed
incomplete. Esse prospettavano della complessa vita del lin-
guaggio solo i die opposti volti facilmente percepibili, anche
da parte dei profani: ciò che c’è d’identico nel linguaggio come
prodotto dello spirito d’imitazione, in una continuità d’ordine
storico e geografico, e ciò che c’è di diverso come effetto del-
l’individualità dei parlanti, che tende a sottrarsi alla norma
comune. Le due teorie, l’una fatta forte della comune tradizione
linguistica, e l’altra fatta audace della novità della sua for-
mula ?2, ambedue intuite piu che fondate su una base di ricerche
scientifiche, attendevano da un metodo pit raffinato d’indagine
storico-geografica la loro dimostrazione e una concezione pit
vera che le integrasse fondendole.
È merito sommo dell'Ascoli l’avere intuito profondamente i
rapporti storici e geografici che giacevano nascosti sotto l’ap-
parenza di una presente e definita combinazione di fenomeni e
il valore ch’essi hanno, come mezzi di prova, nella sottile inda-
gine dei linguaggi parlati. E però da lui si può dire che muova
tutto il moderno sviluppo metodico della linguistica, che cerca
308 Nunzio Maccarrone,
con quanto maggiore determinatezza e profondità di perseguire
il processo evolutivo dei linguaggi sullo sfondo storico-geogra- ,
fico del paese in cui le comunità parlanti sono vissute. L’Ascoli,
anche volendo, non avrebbe potuto esaurire tutta l’analisi per
dar base alla sua sintesi poderosa. A lui bastò allora, come
disse lo Schuchardt, “ di avere riconosciuto attraverso densi
veli il legame delle cose ,, e ad altri studiosi, forniti di più
raffinati mezzi d’indagine, toccò il còmpito di dissipare quei veli
e di mettere in luce quei rapporti.
Certo, l'Ascoli, che rifuggiva da quelle che oggi si direbbero:
speculazioni glottosofiche, non formulò un saldo sistema relativo
al concetto di classificazione dialettale, ed era facile ai suoi
oppositori notare quanto di contraddittorio e inadeguato era in-
trinseco alla sua teoria. Egli, a ragione, osservava a P. Meyer,
nella sua risposta (p. 385 sgg.), che il dialetto non è neces-
sariamente un linguaggio avente caratteri proprî non comuni
ad altri, o, al più, ch’esso può averli; ma che questo fatto non
è una condizione necessaria alla sua esistenza, perché il dialetto
non è che una risultante di fenomeni non proprî, ma comuni ad
altri tipi, e non fissi nel tempo e nello spazio, ma eternamente
mutevoli, quindi non come un’unità matematicamente concepita.
Si contraddiceva (p. 392) poi, quando paragonava l'organismo del
dialetto, astratto e mutevole nei suoi intimi rapporti di tempo
e di spazio, con quello realmente e assolutamente definito degli
oggetti animati o no ?3. D'altra parte, pur concependo e met-
tendo magnificamente in rilievo la forza adeguatrice per cui
l'evoluzione dei linguaggi procede nella tradizione storica come
“ un’ampia tela, che si svolge, di fase in fase, con intera con-
tinuità e per via di coerenze generali ,, egli non esaminò pit
a lungo le cause principali di questo misterioso processo, ba-
standogli di aver sviluppato quello dei “ motivi etnologici , 24,
e di avere accennato alla sua continuità storico-geografica. E fu
*
Il concetto dei dialetti e l’ “ Italia dialettale ,, ecc. 309
cosi che altri studiosi presero la sua teoria per approfondirla
in tutti i suoi lati e completarla, con moltiplicata e raffinata
esperienza, estesa a dialetti romanzi e non romanzi (ad es. i
germanici) 25. E a tre motivi principali fu attribuito, ad es., il
costituirsi dei dialetti romanzi : all’ “ etnologico ,, al “ cronolo-
gico , e allo “ storico-geografico ,.
Il motivo etnologico o dei “ substrati etnici, fu dal
Maestro, limitatamente ad alcuni elementi fonetici e lessicali
italici, iberici e celtici, sostenuto vigorosamente e messo bene
in evidenza 26. Egli non vedeva altro motivo che questo, e, dove
inclinava ad ammettere le “ spinte individuali , 0, come oggi
si direbbe, dell’irradiazione e dell’imitazione dei fenomeni lin-
guistici, egli era portato ad attribuire ad esse un'importanza
molto limitata nel tempo e nello spazio, tranne nel caso di
epoche arretrate della siviltà umana, quando un popoletto può
riuscire ad imporsi su altri popoletti per le robuste qualità di
cui è dotato: nel quale caso il motivo delle “ spinte individuali ,
viene a risolversi, col tempo, nel motivo “ etnologico ,. Se cosi
non fosse, egli diceva, “ l’ordine storiale della parola , ne ver-
rebbe perturbato a tal segno “ da non essere consentita la storia
ragionata delle lingue , ?. In tal modo l’Ascoli concepiva il
motivo “ etnologico , come il solo grande fattore dell’evoluzione
delle lingue, e questo stesso in linea eccezionale e non con quella
larghezza che oggi, per le moltiplicate indagini, siamo portati
ad ammettere. Il concetto ascoliano del motivo etnologico, ri-
preso poi e corretto, per il celtico, dal Goidànich 8, permetteva
di vedere bensi che nella formazione presente dei varî dialetti
romanzi questo motivo aveva avuto una certa parte — non -
sempre però determinabile, per la vaghezza delle notizie circa
le popolazioni preromane delle varie province dell’Impero e i loro
linguaggi —, ma che esso, comunque, non era atto a spiegare
da solo quella formazione, la quale non corrisponde quasi sempre
310 Nunzio Maccarrone,
a quella originaria, per i molteplici cambiamenti subiti nella
storia ulteriore (motivo storico-geografico), fondati sulla base
dell'espansione e dell’imitazione dei linguaggi di maggior pre-
stigio : concetto che poi è un ulteriore svolgimento della teoria
dei “ substrati ,, quale era concepita dall’Ascoli 29,
Il motivo cronologico, quale fu rigidamente concepito
dal Gréber 3°, apparve subito nella sua fallacia per il fatto che
tutti i paesi appartenenti all'Impero parteciparono, chi pit chi
meno, delle innovazioni ulteriori del latino, provenienti dall'Italia
o dalle altre province, e subirono, in epoca romanza, profonde
evoluzioni dovute a particolari contingenze storiche. Con questo
non si vuol negare che sotto il livellamento ulteriore non per-
sistano ancora i germi del primitivo differenziamento locale
ottenutosi dal contatto del latino coi vari linguaggi preesistenti,
quali, ad es., vengono esumando studiosi recenti, come lo Jud 3!
e il Bartoli 2. Ma appunto per questo si può dire che molto meno
dalla cronologia dell’importazione del latino nelle varie province
dell’Impero (il c e g davanti a voc., per la Sardegna, ecc.) e molto
più da quella delle innovazioni ulteriori, quali si possono desu-
mere approssimativamente dai documenti e dalla posizione delle
varie aree, si può definire l’età dei singoli elementi dei lin-
guaggi, ma non dei linguaggi stessi concepiti come unità in-
scindibili. Svolto in questo senso, il motivo cronologico è som-
mamente utile per caratterizzare la formazione dei vari linguaggi
romanzi.
Il motivo storico-geografico o della storia ulteriore, ad-
dotto dagli studiosi posteriori all'Ascoli, fu, dopo profonde e
ripetute indagini, riconosciuto di un'importanza capitale. Secondo
questi studiosi, il latino non si era esteso nelle province del-
l'Impero come un’onda che invada e sommerga egualmente; ma
esso si era conformato variamente secondo i luoghi, le condi-
zioni civili dei loro abitanti e, in misura maggiore, secondo le
{
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 311
contingenze storiche, ivi avveratesi nei tempi posteriori e con
una continuità di luogo e di tempo talvolta minore di quanto
sembrasse all'Ascoli. Il quale, attribuendo un grande valore,
per la costituzione di quei parlari, all'elemento etnologico, ve-
niva implicitamente ad ammettere che questa costituzione aveva
le sue basi nelle condizioni originarie dei singoli paesi. Certa-
mente sulle varietà dei linguaggi romanzi doveva avere influito,
in principio, la varietà etnica degli abitanti dell'Impero; ma le
cause che pit fortemente avevano cooperato a crearla erano
state le posteriori contingenze politiche, culturali, commerciali,
le quali, creando tanti centri di espansione, venivano a formare
altrettanti nuclei linguistici aventi particolarità spirituali di-
verse 82°is, superando talvolta anche gli originari limiti etnici
e le naturali interruzioni del terreno. In alcuni luoghi gli an-
tichi centri conservarono la loro importanza fino al giorno
d'oggi, in altri essi furono soppiantati da altri centri con con-
seguente spostamento dei nuclei linguistici che intorno ad essi
si erano creati, seguendo l’alterna vicenda delle due forze
motrici dell'evoluzione dei linguaggi, messa bene in rilievo dal
Meillet e dal Meyer-Libke: il separatismo e la centralizza-
zione 83. Il Gauchat, per alcuni dialetti della Svizzera francese 4,
il Morf, per il franco-provenzale 85, il Tappolet, per l’aquitano #6,
il Salow, per l’occitanico 37, ad es., poterono constatare che il
confine dei rispettivi dialetti studiati è determinato, ora dal
motivo etnologieo. e storico, ora dallo storico solo, ora dal
motivo ètnologico, storico e geografico insieme. Simili osser-
vazioni fecero, nel campo germanico, il Fischer, lo Haag e il
Wrede 83.
La teoria ascoliana sul dialetto veniva cosî in gran parte
confermata. Questi ultimi studiosi rilevarono infatti che le linee
isoglosse che racchiudono i varî dialetti non coincidono su una
stessa linea matematica, ma formano un fascio di linee, allar-
312 Nunzio Maccarrone,
gantesi dal centro di una regione verso i confini di un’altra
regione e rinchiudente un punto centrale, in cui più numerose
sono le coincidenze delle linee isoglosse del paese. In conse-
guenza, in mezzo all’apparente caos di linee isoglosse che in-
tersecano una regione, l'omogeneità dialettale apparirebbe chiara
più intorno alla città avente la preminenza politica, commer-
ciale e culturale .che alla periferia, dove giunge l’irradiazione
degl’influssi di altri regioni finitime aventi altri centri politici,
commerciali, culturali. Quest’omogeneità forma il cosidetto tipo
dialettale, avente un dato numero di coincidenze e combinazioni
non solo fonetiche, morfologiche, ma anche sintattiche e lessi-
cali. Essa costituisce il dialetto 9, secondo il concetto ascoliano,
il quale, cosî integrato, corrisponde in gran parte alla verità e
resiste ancora alla critica dei geografi linguisti, in ispecie fran-
cesi, che ispirandosi all’insegnamento di P. Meyer e del Paris,
hanno concepito attraverso la fitta rete dei loro parlari, studiata
sull’ “ Atlas linguistique de la France ,, l’esistenza di soli feno-
meni, non di dialetti 4°,
*
* *
Da questo concetto sui dialetti partiva l’Ascori nella descri-
zione generale dei dialetti italiani, che col titolo l'Italia dialet-
tale, otto anni dopo la pubblicazione dell’ “ Archivio ,, fece, per
la prima volta (nel 1880), con intenti scientifici, per l’ “ Ency-
klopaedia Britannica ,, di Edinburgo, e che apparve, dopo, nel-
l'ottavo volume dell’ “Archivio , stesso del 1882-85 “ per tirare ,,
come dice l'Ascoli, “ la somma di ciò che s'è veduto o conse-
guito e mostrare insieme i desiderî e le lacune e anche i difetti
che ci rimangono ancora ,. Ma come per la questione della
lingua italiana, a cui l'Ascoli prese parte nel suo famoso Proemio
al primo volume dell’ “ Archivio ,, con l'autorità che gli pro-
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 313
veniva dalla severità del metodo scientifico e dalla profonda
conoscenza di ogni più arduo problema linguistico, e che, come
vedremo, ha un certo qual rapporto con la questione dialettale,
dal punto di vista scientifico e dal punto di vista nazionale,
egli aveva dei predecessori.
Primo l’ArienIERI, che nel suo libro di “ ars grammatica,.
rhetorica , e “ poetica ,, il De Vulgari Eloquentia *!, cercando
la patria del volgare illustre, venne a passare in rassegna
quattordici categorie di dialetti italiani, divise a metà dall’Ap-
pennino e, in base a impressioni acustico-estetiche, spiegabilis-
sime in un tempo in cui s’ignoravano i rapporti fra lingua e
dialetto, ne mise in rilievo i difetti, guidato, senza dubbio, da
un ideale artistico la cui attuazione egli ravvisava nella lingua
della poesia del “ dolce stil nuovo , e, soprattutto, vagheggiava
nella potenza dell’anima sua #2,
A lui dovevano, dopo un silenzio di secoli, causato dal di-
sprezzo in cui la grammatica della lingua letteraria teneva i
linguaggi popolari, ritenuti rozzi e incolti 48, seguire veri cultori
di lingue o uomini colti, che nei primi del secolo XIX, cioè
all’inizio del movimento romantico, avevano in comune il nuovo
concetto del valore dei dialetti — espressione vera e genuina
dello spirito umano e base storica della formazione delle lingue
— e il conseguente sentimento dell'importanza nazionale di
essi 4. L'interesse per lo studio dei dialetti avente scopo a sé
coincide, in un certo senso e in ordine di tempo, con quello
della linguistica in genere. Ed è notevole il fatto che appunto
un alunno dell’Adelung, l’antesignano della nuova linguistica,
ha il merito d’iniziare gli studi dialettali d’Italia 45, L. FERNOW,
a cui l'Ascoli, nella nota finale della sua rassegna, rende il do-
vuto onore di una lodevolissima menzione 4. Al F. non era
nuovo lo studio linguistico della nostra lingua, perché aveva
dato, nel 1864, una dottissima “ Grammatica italiana ,, 4" e co-
314 Nunzio Maccarrone,
nosceva a fondo la nostra produzione letteraria e dialettale.
Questa conoscenza della nostra lingua gli diede la necessaria
preparazione per la descrizione dei nostri dialetti, che è eccel-
lente per larghezza d’informazione ed acutezza di osservazione.
Certo, il F. non è pervenuto a quella sicurezza di metodo scien-
tifico iniziato dal Bopp e perfezionato più tardi dai linguisti di
varie scuole. Alcune sue prudenti osservazioni sulla natura e
sull’origine della lingua latina, della nostra lingua e dei dialetti
nostri 48 e sulle cause della costituzione fonica di questi, se sono
acute, possono ricondurci: mentalmente ad una concezione lin-
guistica arretrata, ed è senza alcun fondamento di realtà l’idea
che il corso sia, nella parte settentrionale, affine al genovese.
Egli mostra per altro una bella vivezza e profondità di osser-
vazione con la divisione dei dialetti in settentrionali e meri-
dionali, segnata dalla linea dell'Appennino settentrionale 4° e
con l’idea che il toscano abbia ricevuto in principio la sua
“ forma fondamentale , dai dialetti meridionali e che dopo si
sia accostato al carattere dei settentrionali (p. 257) e che
esso, equilibrato com’è fra i due aggruppamenti dialettali, per
la sua posizione in mezzo al Paese, sia egregiamente adatto a
«conservare la lingua nazionale (p. 255): idea che pare con-
tenga in germe quella del Blanc, del Diez e dell’Ascoli, della
maggiore eccellenza del toscano sugli altri dialetti rispetto
alla parlata di Roma; che il parlare friulano, benché molto
influenzato dalla lingua italiana, formi col retico una lingua
romanza a parte (p. 259); e che infine il sardo, per molte
‘forme, si congiunga col siciliano, e che segni il passaggio tra
l'italiano e lo spagnolo (p. 341). Ed è pure da notare che
il F. dice che dei dialetti italiani potrebbe farsi un maggior
numero di divisioni, perché in ogni “ regione , il dialetto pre-
senta parecchie divergenze, che però “si fondono nel carattere
-comune di esso , (p. 362) o, come direbbe l'Ascoli, formano
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 315
una combinazione armonica di fenomeni costituente un’ indivi-
dualità.
Dalla rassegna del Fernow discendono quelle di A. FuoHs 59,
di L. Brano 51, del Dinz 52, le quali sono, in tutto o in parte,
manchevoli rifacimenti di quella. Il Fuchs divide i dialetti ita-
liani in settentrionali, centrali, meridionali, e cosî fa il Blanc,
il quale dice d’importante che l’Italia media, per il fatto di avere
avuto una minore mescolanza di popolazione, pronunzia il latino
in maniera più pura e i suoi dialetti si accostano di più alla
lingua letteraria, e aggiunge di nuovo l’opinione tratta dal De-
nina 53, riguardo al corso: cioè che questo dialetto si avvicina
molto al toscano per gl’intimi rapporti demografici e commer-
ciali dell'Isola con la Toscana (p. 677). Il Diez dipende, per i
dialetti meridionali, dagli studiosi mentovati, per il sardo, dallo
Spanu 5 e, per i dialetti settentrionali, dal Biondelli, il cui
Saggio sui dialetti gallo-italici è del 1853. Da notare nel Diez
che il dialetto toscano è al posto d’onore della rassegna, per
il suo maggiore accostamento alla lingua letteraria presa come
termine di paragone, e che, in ordine, vengon descritti prima i
dialetti meridionali, perché mostrano pitî il carattere della lingua
italiana, e poi i settentrionali 99.
Diversa del tutto nel concetto informatore, ma non superiore
per il metodo scientifico con cui venne attuata, è la rassegna
del nostro BronpeLti, il quale, nel 1840, scrisse per l’ “ Enci-
clopedia Pomba , l’articolo intitolato Italia 58. In esso il Bion-
delli sostiene, sulla base della teoria dei “ substrati etnici , del
Cattaneo, in attesa di darne le prove scientifiche, che tanto gli
antichi dialetti italici quanto gl’italiani odierni traggono origine
dalle antiche stirpi stanziate in Italia e che le lingue latina e ita-
liana, rispettivamente generate dall’artificiale unione di quei
dialetti, hanno, a loro volta, reagito sopra di essi esercitandovi
un'azione livellatrice. Divide poi i dialetti odierni in otto fa-
316 Nunzio Maccarrone,
miglie o gruppi etnici 5, e questi in sottogruppi. A provare la
fondatezza scientifica di una tale classificazione egli scrisse un
primo saggio sui dialetti gallo-italici (a questo dovevano seguirne
altri, che non videro invece la luce), sulla base di un’ampia
raccolta di documenti letterari dialettali e della versione della
“ Parabola del Figliuol Prodigo , nella viva parlata di varî
luoghi #8. L'indagine vi è larga ed approfondita (estesa al les-
sico, alla grammatica, alla fonetica e al sistema concettuale),
ma attuata con un metodo poco o punto scientifico. L'A. riusci
semplicemente a darci una bella raccolta di materiale, utile per
indagini future, ma in riguardo alla tesi da dimostrare, cioè
dell’equivalenza dei confini dialettali ai confini etnici, non con-
segui lo scopo. E fu questa, forse, una delle ragioni che contri-
buirono a stornarlo dal proseguimento della sua impresa, mentre.
in Italia si affermava il rigoroso e robusto metodo scientifico
ascoliano 59. Benché l’opera del Biondelli sia stata di scarso
valore scientifico, pure la infaticata e proba attività di lui eser-
citò una certa influenza, in un momento in cui, in Italia, c’era,
come disse l’Inama 9, da “ preparare il nostro paese colla ma-
turità del pensiero e la serietà delle dottrine alle lotte che sen-
tivansi ormai prossime e inevitabili per la conquista della sua
libertà e indipendenza »- Compito a cui, per la parte linguistica,
anche il Biondelli contribuî, come poté, con articoli d’infor-
mazione inseriti nel “ Politecnico , del Cattaneo e con altri
studi. Ma il còmpito non era tale da essere con lui esaurito.
Ci volevano menti pit robuste e piti severe della sua e con-
dizioni pi propizie di studi: ciò che si avverò quando il
nostro Paese, nel 1861, costituf il primo nucleo della sua unità
nazionale 51,
Allora toccò all’Ascori, che con severi studi aveva maturato
da sé il proprio pensiero scientifico, sotto l’influenza del Cattaneo
e del Diez, dei quali amava dirsi discepolo, ad esercitare, per
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 317
la parte che gli spettava, un'influenza profonda sullo svolgimento
dello spirito nazionale scientifico della terza Italia, in ispecie con la
fondazione dell’ “ Archivio ,. Dalle pagine del quale, oltre che dalla
cattedra, dopo avere additato agl’Italiani, in una forma vigorosa e
severa, il modo pi pratico di risolvere la questione della lingua 52,
si pose a indirizzare una falange di studiosi alla ricerca sistema-
tica dei dialetti italiani, e primi fra essi il Flechia, il D’Ovidio, il
Morosi e il Salvioni, per potere ricostituire nella sua integrità la
parlata di Roma, e, attraverso questa, ritrovare le tracce delle
popolazioni preromane, fatte nazione dalla potenza del genio
latino. Cosi egli raggiungeva uno scopo “ di cultura e di edu-
cazione nazionale ,, cioè che la nazione politicamente una, fatta
una anche intellettualmente, trovasse lo strumento unico e vi-
goroso della sua espressione in un fervore d’intenso scambio dei
prodotti del rinnovato pensiero scientifico, e uno scopo scienti-
fico, quello di dare una salda base alla teoria dei “ substrati
etnici , 5. Ed egli vi contribuî, per primo, illustrando, nella
loro continuità storico-geografica, i dialetti ladini (voll. I e VII,
406 sgg.), definendo il posto del ligure nel sistema dei dialetti
italiani (vol. II, 111 e sgg.), illustrando l’antico dialetto veneto
e l'antico dialetto friulano una volta parlato nell’odierna veneta
Trieste (voll. III, 254 seg. e IV, 356 sgg.), o qualche fenomeno
particolare del dialetto veneto odierno (vol. IV,393 sgg.), e in-
fine tracciando, sulla base di ricerche sue e di altri, una siste-
mazione scientifica di tutti i dialetti, la quale, ancor oggi, no-
nostante le manchevolezze dovute allo stato degli studi del
tempo, resta salda nelle sue linee principali e, per quanto ri-
guarda il criterio di divisione, è da preferirsi alle altre, fondate
su rigide delimitazioni locali o su criteri etnici necessariamente
vaghi ed indeterminati.
In essa l'Ascoli, abbandonata la divisione, secondo la linea
dell'Appennino, accettata, in parte, dal Fernow (v. n. 49) e di
)S
318 Nunzio Maccarrone,
recente, dal Trauzzi 5 e quella etnologica usata dal Biondelli
e, dopo, dal Goidànich 5, adottò quella fondata sul grado di
maggiore o minore affinità al toscano. Ottenne così tre gruppi
di dialetti: 1° “ di quelli, che dipendono, in più o meno larga
parte, da sistemi neolatini che non sono peculiari all'Italia , ;
2° “ di quelli, che si distaccano dal sistema italiano vero e
proprio, ma pur non entrano a far parte di alcun sistema neo-
latino estraneo all'Italia ,; 3° “ di quelli, che si scostano, più
o meno, dal tipo schiettamente italiano 0 toscano, ma pur pos-
sono entrare a formar col toscano uno speciale sistema di dia-
letti neolatini ,. Pose, infine, al disopra di essi, per l'eccellenza
che gli viene dall'essere il più diretto continuatore della lingua
latina e dall’aver dato la lingua all’Italia, il toscano. Il quale,
parlato al centro della penisola, in una regione “meno. ‘esposta
alle ondate innovatrici provenienti dal nord e dal sud, si man-
tenne nel complesso dei suoi caratteri fonetici, morfologici, sin-
tattici (pp. 121-23) e nel suo patrimonio lessicale 5 pit conser-
vativo — rispetto al latino volgare surto “ dall’antica fusione
nazionale , — di quanto non lo siano tutte le altre parlate neo-
latine, e, dove è meno conservativo, più coerente, per effetto di
una più eguale azione livellatrice.
La classificazione dei nostri dialetti — sempre prescindendo
da quel tanto di empirico e d’arbitrario insito in ogni rigida
delimitazione e classificazione dialettale 56bis — vi appare bene
impostata ed armonica, ad onta di qualche incongruenza che pro-
ceda dal criterio stesso di divisione (ad es. l’aver messo in uno
stesso gruppo il sardo, dal Bartoli 6" rivendicato a linguaggio
coordinato fifa. non subordinato al sistema italiano, coi dialetti
gallo-italici, e il veneto, che tanti rapporti ha coi dialetti gallo-
italici, insieme coi dialetti meridionali), e sol che vi si correggano
queste parti e vi se n’aggiungano o vi si ampliino o modifichino
od illustrino meglio altre (ad es. quelle concernenti l’istriano,
“>
Il concetto dei dialetti e 1’ “Italia dialettale ,, ecc. 319
segnalato, insieme al veglioto, dall’Ascoli stesso 68 e illustrato
dall’Ive 69, il veglioto o, con parola più comprensiva, il dalmatico,
illustrato prima brevemente dall’ Ive 7° e poi esaurientemente dal
Bartoli "i, illadino; i limiti fra i fenomeni vocalici dei dialetti
abruzzesi e pugliesi settentrionali e quelli dei rimanenti meridio-
nali, i rapporti del sardo settentrion. e del corso col toscano, ecc.),
essa è ancora la migliore fra quante ne siano state fatte ?.
E ben disse il Salvioni, nella commossa commemorazione che di
lui scrisse 9, che “ chi riprenderà il soggetto ispirato da un
criterio più organico e con nuovi materiali, avrà si da spostare
qualche linea, da considerare qualche fatto sotto una diversa
luce, da rafforzare qualche sostegno, ma alla prospettiva gene--
rale poco avrà in fondo da rimutare , "4.
Ma la divisione dell'Ascoli, in confronto alle divisioni ante-
riori, non va segnalata soltanto per la sicurezza delle nozioni,
per l'armonia delle linee e per ìl criterio informatore, che con-
tiene in sé una nuova valutazione di merito, fondato sul grado
maggiore o minore di rassomiglianza alla lingua di Roma, ma
anche e soprattutto, per quella visione di rapporto storico che,
attraverso i secoli, è interceduto fra il latino e i dialetti odierni
e fra i dialetti stessi. Certo, il concetto della stratificazione sto-
rica quale si vede oggi nelle indagini della scuola di geografia.
linguistica, fondato oltre che sulla base dei documenti scritti
non ignoti per altro all'Ascoli, anche sull’espansione geogra-
fica dei singoli fenomeni che costituiscono la caratteristica di
quei dialetti, non c'è. L’Ascoli non vedeva, al riguardo, che
un'evoluzione placida e ininterrotta, che andava dall’epoca di
Roma antica fino ai nostri giorni senza “
salti o strappi,. Ma
qua e là il suo occhio penetra il velo esteriore delle cose e
segna correnti culturali e incroci di stirpi o li sospetta 9, ad es.
nel ligure, in cui scorge, sebbene vagamente, una certa influenza
o connessione di origine meridionale, attraverso alla Toscana e-
320 Nunzio Maccarrone,
alle isole tirreniche (AGIL, II, 155, 159-60), o nel veneto odierno,
in cui vede un rammodernamento, le cui ragioni storiche gli
restano ancora oscure (AGLI, VIII, 110), e l’Italia dialettale
ci appare a tratti illuminata dai lampi di questa intuizione
storica.
E in confronto a quelle posteriori, se la divisione dell'Ascoli è
inferiore per quantità, penetrazione e determinatezza di cono-
scenze, non lo è per la visione storica, ed è, senza dubbio, su-
periore per il criterio informatore, che la rende simile a una
bella piramide quadrata, sulla cui cima splende la virti di quel
dialetto armonioso che il genio dei suoi parlanti e il fato sto-
rico di nostra gente vollero come espressione del nostro comune
pensiero.
Vediamo ora se e in quali parti la divisione dell'Ascoli vada
modificata, in seguito alle indagini ulteriori e ai nuovi mate-
riali con esse acquisiti. Seguendo l’ordine della rassegna asco-
liana, la prima questione che ci si presenta è quella del ladino.
L’Ascoli ascrisse al primo gruppo, insieme ai dialetti franco-
provenzali e provenzali del versante italiano delle Alpi occiden-
tali, i dialetti ladini della sezione centrale (bacino del Noce,
dell’Avisio, del Cordevole, del Boite, e del più alto bacino del
Piave) e dell’orientale (regione friulana) \èscludendone quelli di
Val Monastero, del bacino della Gardenza/ e della Gàdera, oggi,
anche politicamente, appartenenti all'Italia), che, nei Saggi ladini,
egli aveva considerato come aventi, insieme con i dialetti della
sezione occidentale (Grigioni), un’individualità distinta dal sistema
dei dialetti italiani e da qualsiasi altra lingua romanza. Dopo
di lui, invece, per opera soprattutto del Salvioni 7 e del Bat-
tisti _!", si è sostenuta l'affinità linguistica del gruppo Tadino con
l'italiano, Il Salvioni (p. 48) sostenne la sua tesi fondandosi sui
seguenti argomenti: 1° che delle caratteristiche fonetiche deter-
minanti, secondo l’Àscoli (p. 102), il tipo ladino, la maggior
Il concetto dei dialetti e l' “ Italia dialettale ,, ecc. 321
parte è comune ai dialetti gallo-italici e tre sono comuni solo
al francese (l’intacco palatale dell’antica velare seguita da a,
la conservazione dei nessi cons. + 7, la conservazione di — s di
antica uscita), ma una volta anche ai gallo-italici (come si ri-
leva dalle tracce che ne serbano i documenti antichi); 2° che
intercedono fra i dialetti ladini e i nostri settentrionali nume-
rosissime affinità morfologiche e lessicali. Sicché, mentre per
l'Ascoli c'è una zonk,) in cui il linguaggio ladino è un'unità
a sè stante e un'anfizona lombardo-ladina e veneto-ladina, per
il Salvioni/\il ladino a sé stante è scomparso sotto l’irruzione
del germanesimo e non rimane ora che il linguaggio misto di
ladino e di lombardo e di veneto, e si ha solo l’anfizona ladino-
lombarda e ladino-veneta. Da parte sua il Battisti sostiene, con
argomentazioni storiche e geografiche, che la differenziazione fra
i linguaggi ladini e i gallo-italici va ricercata “ nella segrega-
zione politica e geografica in cui si sviluppò il ladino rispetto
ai centri culturali dell’Italia settentrionale , e quindi che ‘“ il
ladino deve rientrare nel sistema dei dialetti gallo-italici, perché
tanto nella Carnia, quanto sul Reno il latino s’innestò sul gal-
lico , (pp. 420-21). La questione, come tutte le questioni lin-
guistiche, èin linea assoluta, tutt'altro che facile a definire;
ma, comunque, due cose emergono chiare: 1° che i linguaggi
ladini, come bene osservò il Bartoli, sono gallo-romanzi e perciò
affini cosî al francese come ai dialetti gallo-italici, ma certo pin
vicini a questi che a quello; 2° che i linguaggi ladini sono più
vicini ai nostri lombardi e veneti per i contatti molteplici che
con questi hanno avuto sul fronte delle Alpi centrali e orien-
tali. Poiché, d’altra parte, le tre caratteristiche fonetiche sopra
citate non bastano a costituire l’individualità del linguaggio
ladino "8, per quanto notò il Bartoli "9, è praticamente più con-
veniente annettere i dialetti ladini ai gallo-italici.
Di nessuna o poca importanza è la questione se il ligure debba
MaccaARRONE. 3
322 Nunzio Maccarrone,
formare insieme al pedemontano un gruppo & sé (gruppo ligure-
romanzo), come nella classificazione del Goidànich (p. 201), sulla
base di pochi fenomeni vocalici (ad es. la dittongazione e il
conseguente spostamento d'accento) e consonantici, che hanno in-
vero scarso valore, in confronto delle numerose affinità che il
pedemontano ha con gli altri dialetti gallo-italici, in ispecie il
lombardo 8°. Non c’è quindi nulla da mutare in questa parte
della classificazione ascoliana.
Per riguardo al sardo, che l'Ascoli aveva ascritto al secondo
gruppo, tutti gli studiosi sono oggi concordi in questo: che esso
costituisce un’individualità linguistica a sé, avente affinità col
sistema dei dialetti della zona romanza occidentale 0 “alpino
—
fica , e con quello dei dialetti della orientale o “ appen
ninico-balcanica ,, ma piti vicino a questo che a quello 81, Escluso
l’aggruppamento sardo-corso, considerato come un sistema lin-
guistico indipendente, e riconosciuta la profonda affinità del
corso e del sardo settentrionale (gallurese e sassarese) coi dia-
letti italiani centrali, e, in ispecie, col toscano 82, la disputa
verte ora soltanto su questo: se il dialetto sardo settentrionale
(gallurese e sassarese) 5, debba, per le sue molteplici affinità
al corso e quindi al toscano, staccarsi dal sardo logudorese e
campidanese e considerarsi, insieme al corso, come un dialetto
toscano, o non piuttosto come un dialetto sardo influenzato pro-
fondamente dal toscano. Dopo le ricerche del Bartoli, del Guar-
nerio, del /Wagner, del Campus e del Bottiglioni 84, appare
chiaro che il sardo settentrionale, per gl’intimi contatti che,
insieme al corso, ha avuti col toscano, si è altamente alterato
(si pensi ad es., alla caduta di -s e di -t, al plur. nom. per
l’acc., al pron. dZlu per ipsu ecc.) da doversi considerare piu
vicino al corso che al sardo logudorese e campidanese, ad onta
delle affinità diverse che ancora lo legano @ questi dialetti.
Perciò io credo, contro il parere del Guarnerio e del Bottiglioni,
ne —___ e"
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 323
che essi siano piuttosto da considerarsi, insieme al corso, come
dialetti del sistema italiano.
Passando al terzo gruppo, ci troviamo di fronte un’altra que-
stione: se il veneto debba o no connettersi coi dialetti gallo-
italici. Alcuni studiosi, come il Meyer-Liibke, il Guarnerio, il
Battisti, il Bertoni propendono per una classificazione a parte,
altri, coli Salvioni, il Goidànich (p. 201) e il Merlo, per il
(oro) aggruppamento coi dialetti gallo-italici. Pur non discono-
scendo le affinità che il dialetto veneto ha, in ispecie, coi dia-
letti meridionali 89, io credo che, in una classificazione come
questa dell’Ascoli, esso vada meglio aggruppato coi dialetti
gallo-italici 89, e con esso anche l’istriano di Rovigno e di Di-
gnano, nonostante che questo si piani dal censo per il vo-
H = Misano e i dialetti ea in pae gli ‘abruzzesi
e i pugliesi settentrionali, che il.Goidànich (pp. 201-2) chiamò
illiro-italici, sta il dalmatico, l'antica lingua preveneta della Dal-
maziai e) di Veglia oggi estinta, a cui il Bartoli dette un posto
a sé coordinato più che subordinato al sistema dei dialetti me-
ridionali e formante un anello di congiunzione tra questi e il
sistema linguistico valacce=romeno, da una parte, e istriano-
ladino, dall’altra, e costituente, come il sardo e il ladino, una
“ zona grigia, ma più interna che esterna della unità linguistica
e geografica d’Italia , 87.
Per riguardo al vocalismo 8 dei dialetti abruzzesi e pugliesi
settentrionali, che ricordava all’Ascoli quello gallo-italico, è dif-
ficile dire se esso sia di origine illirica 5° 0 sia un prodotto
d’innovazioni gallo-italiche 90, )
Se si aggiunge infine un capitolo per i linguaggi alloglotti 9,
il quadro dei nostri dialetti, abbozzato 'dall’Ascoli, si può dire
perfetto. Cosî integrato, esso è specchio fedele della svariata
costituzione linguistica del nostro popolo, unificato nella lingua
324 Nunzio Maccarrone,
di Firenze, la quale è resa più robusta dal sempre piu largo,
intenso e vigoroso scambio dei prodotti della cultura nazionale.
Torino, giugno 1929.
Nunzio MAccARRONE.
! Nell'antichità, Epicuro parla vagamente della varietà dei linguaggi
come prodotto di razza, di clima e di luogo: pensiero segufto nell’evo mo-
derno da G. B. Vico in La scienza nuova, Bari, 1911, P. I, p. 292 (cfr. P. Ronra,
La filosofia del linguaggio nella patristica e nella scolastica, Torino, 1909,
pp. 49-50 n.) e da M. Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Napoli,
1818, p. 7. Nel medioevo, Dante, nel De Vulg. El., I, 9, ne parla come di un
prodotto dell'arbitrio dell’uomo, “ instabilissimum atque variabilissimum
animal, (cfr. F. D'Ovipio, Dante e la filosofia del linguaggio, in Versificazione
italiana e arte poetica medievale, Milano, 1910, p. 499). In epoca recente,
W. Wundt spiega i cambiamenti fonetici regolari anche con la varietà del
clima (cfr. Volkerpsychologie, I*: Die Sprache, Lipsia, 1904, pp. 475 e 478 sgg.).
Anche F. De Saussure, Cours de linguistique générale, Losanna-Parigi, 1916,
pp. 209-10, ammette la possibilità dell'influenza del clima sull'evoluzione
dei linguaggi.
? Per l'Adelung, cfr. GG?*, I, 65. Per F. Schlegel, vedi l’opera: Ueber die
Sprache und Weissheit der Indier, Aidelberga, 1808, Lib. I, Cap. VI.
3 Ueber die Verschiedenheiten des menschlichen Sprachbaus in W.v. Hum-
sorprs Gesammelte Schriften, 6,1, Berlino, 1907, p.280, $ 138: “ Das mich-
tigste Princip in der Veriinderung der Sprachen und ihres Gebiets ist die
Mischung der Nationen ,. Ma cfr, però quanto è detto a pp. 285 e 286 dello
stesso lavoro, nell’ediz. del 1836, e altrove, in cui lo H. afferma l’'inaltera-
bilità della “innere Sprachform , (cfr. per l'idea dell’ “innere S., quanto
ne dice F. Scuinr, Sprachwissenschaft und Zeitgeist, Marburgo, 1925, p. 86).
4 Cfr., su questo periodo storico della linguistica italiana, B. Terracini
in AGI, XIX, 134 sgg.
5 C. Canraneo, Opere edite ed inedite, a cura di A. Bertani, vol. I; Sw
principio istorico delle lingue europee, p. 145 5gg. © specialmente pp. 191-92.
© Ib., p. 191.
7 G.I Ascori, Lingue e nazioni, in “ politecnico ,, XXI (1864); v. special-
mente p. 98. Cfr. TerrACINI, 2. ©, 137 sgg.
8 Di già l'Ascoli, precorrendo questo movimento, le aveva definite “ fan-
tasmi del raziocinio ,, in AGI, X, 23.
Il concetto dei dialetti e 1’ “ Italia dialettale ,, ecc. 825
® Cfr. P. Krerscamer, Die indogermanische Sprachwissenschaft, Gottinga,
1925, p. 44.
1° Circa l'essenza delle lingue letterarie e il loro valore rispetto alla lin-
guistica, cfr. A. MerLuer, Les dialectes indo-européens, Parigi, 1908, p. 2.
1! Cfr. Lettere glottologiche, in RFCI, X, 13 sgg. e in AGLI, X, 29 sgg.
12 Cfr. M. Barron, Introduz. alla neolinguistica, Ginevra, 1925, pp. 100-1 e
TERRACINI, a. c., pp. 156-8.
18 Circa i due scopi per cui sorse 1°“ Archivio ,, v. TerRACINI, 2. c., spe-
cialmente pp. 133 e 141.
4 In AGII, L ]
{bis Di già, fin dal 1870, lo Schuchardt, nella sua prolusione silla”*Die
Klassifikation der romanischen Sprachen ,, aveva ammonito: “ Was wir
abgrenzen kònnen, ist weniger das Verbreitungsgebiet eines bestimmten
Dialekts als dasjenige seiner lautlichen Merkmale ,.
145 V. AGII, II, 817. Î
16 Mentre, negli Schizzi franco-provenzali (AGLI, III, 61), l'Ascoli dice che
il tipo franco-provenzale “ non proviene già da una tarda confluenza di
elementi diversi, ma bensi attesta la sua propria indipendenza istorica,
non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono gli altri
principali tipi neolatini, e afferma la sua unità nell'ordine geografico,
nonostante che esso sia suscettibile “ a suddistinzioni parecchie ,, nella
risposta al Meyer (p. 393) ammette che, se anche la combinazione dei ca-
ratteri che costituiscono il tipo avesse una continuità storica limitata,
“ rimarrebbe vera ed effettiva l'estensione sua presente ,: ciò che vuol
dire che costituirebbe un tipo e non perderebbe il diritto di esserlo.
17 Ro, V, 504 egg.
18 Con la relazione, letta nel 1888 alla Réunion des sociétés savantes, in-
titolata: Les parlers de France, pubblicata poi in Mélanges linguistiques,
Parigi, 1909, p. 482 sgg.
19 V. TerRacini, a. c., p. 151.
20 Si vedano, ad es., del citato discorso del Paris, le pp. 440 sgg. e 448.
Cfr. Terracini, AGII, XX, 152.
2 Ro, XXIV, 575 e XXVIII, 338.
22 Anche Dante, nel De Vulg. El., I, 9, notava il carattere di varietà infi-
nita intrinseco al linguaggio umano, quando diceva; “in hoc minimo
mundi angulo non solum ad millenam loquelae variationem venire conti-
gerit, sed etiam ad magis ultra ,. /
23 V. la giusta osservazione del\Meyer, in Ro, V, 505.
2 RFCI, X, 12 sgg. e AGII, X, 29 sgg.
326 Nunzio Maccarrone,
2 Cfr. L. Gavoman, Giebi-es Mundarigrenzen? in ASTNS, CXI (1903), 365 sgg.
e J. ScarismEN, Einfiihrung in das Studium der Indogermanischen Sprachwis-
senschaft, Aidelberga, 1921, pp. 93-94.
2 V. quanto scrisse in AGII, X, 1 sgg. e 31 sgg.
% Cfr. RFCI, X, 45-46 e anche AGHI, X, 33-34.
°® L'origine e le forme della dittongazione romanza, in BZRPH, 5, Halle,
1907, specialmente pp. 20-23, 186-189 ecc. Per una nuova teoria dei sub-
strati celtici fondata, non sulla “base d’articolazione ,, di natura fisiologica,
ma sull’accentuazione, di natura spirituale, vedi K. Vossurr, Sprache als
Schòpfung und Entwicklung, Aidelberga, 1905, pp. 124 e 145-46 (cfr. anche
quanto si dice sulla “Sprachmischung , in Hugo Schuchardi-Brevier, Halle,
1922, p. 129).
2° Cfr. Terracmi, a. c., p. 158 e Barroti, da: c., p. 88.
30. GG, I, 595 sgp.
3 Dalla storia delle parole lombardo-ladine, in BDR, III (1911), 1 sgg. e
63 sgg.; Probleme der altroman. Wortgeographie, in ZRPH, XXXVIII (1914),
1sgg.; Mots d'origine gauloise?, in Ro, XLVI (1920) sgg.
3° Alle fonti del neolatino, in “ Miscellanea di studi in onore di A. Hortis,
Trieste, 1910, pp. 889 sgg.; Introduzione alla a neolinguisticaGS. ©} Per la ti
del latino volgare, in AGI, XXI (1927), (1 scè 58); Per la storia della lingua
d’Italia, ib. 72 sgg. lr
Babis Cfr. F. Scmire, op. c., p. 50.
838 V. “ Scientia ,, IX (1911), 402 sgg. e “ Hauptfragen der ‘Romanistik-
Festschrift fiir Ph. A. Becker ,, Aidelberga, 1912, p. 126 Sgg
3 ASTNS, CXI (1908), 365 sgg.
5 Mundartenforschung und Geschichte auf Roman. Gebiet, in BDR, I (1909),
1 sgg. Si veda inoltre l’altro suo lavoro: Zur sprachlichen Gliederung Franl-
reichs, in ABARB, 1911 (cfr., per i suoi risultati generali, Ro, XLIII [1914],
pp. 818 sgg.).
3 Ueber die Bedeutung der Sprachgeographie, in “ Miscellanea Morf: Aus
romanischen Sprachen und Literaturen ,, Halle, 1905; v. specialmente p. 20
dell'estratto.
87 Sprachgeographische Untersuchungen iber der vstlichen Teil des kata-
lanisch-langedokischen Grenzgebietes, in “ Bibliothèque de Dialectologie ro-
mane ,, I, Amburgo, 1912.
3 V. Gavcnar, a. c., p. 384 sgg. e SomrIsNEN, op. c., ib.
3° L'Ettmayer, in RF, XIII (1902), 321 sgg., sostiene la teoria dell'Ascoli
col concetto che il dialetto è una combinazione di fenomeni linguistici
(Komplexion) avente una melodia speciale, data dalla quantità e dall’ac-
ll concetto dei dialetti e l’ “ Italia dialettale ,, ecc. 327
cento, e formante un tutto, se intuito nel suo insieme e non analizzato. Ma
vedi quanto notò, a questo riguardo, il Gavczar, a. c., p. 382.
‘0. Vedi le critiche mosse a questa concezione dall’Ettmayer in Veber das
Wesen der Dialekibildung erliutert an den Dialekten Prankreichs, pubbl. in
DAKW, LXVI (1924), 8H. Vedi specialmente i $$ 3-5. Cfr. anche ScHaRIJNEN,
op. c., pp. 100-1.
4 Cfr. C. Trapanza, Storia della grammatica italiana, Milano, 1908, p. 23
e quanto osservai io stesso in BSDIT, VIII (1911), 153.
‘2 Oltre a P. Rayna, Il trattato “ De Vulgari Eloquentia ,, in Lectura
Dantis. Le opere minori di Dante Alighieri, Firenze, 1906, pp. 209-10, v. ora
M. Caserta, IL “ Volgare illustre, di Dante, in GCultIt, I (1925), 39 (cfr.
ID, II, 263 sgg.).
438 I letterati italiani che, dopo Dante, fecero scorrere fiumi d'inchiostro
trattando della questione della lingua volgare, riguardo ai dialetti italiani,
tacciono o si limitano alle osservazioni di lui (cfr. G. B. Trissino nel Ca-
stellano, p. 52, il Cittadini nel Cesano, p. 84, il Varchi nell’Hercolano, p. 120
della raccolta intitolata: Degli autori del ben parlare, Venetia, 1643, I e il
Subasiano, ib., VI, passim), e solo il Salviati, alla fine degli Avvertimenti
della lingua sopra il Decamerone, pubblica la traduzione della novella boc-
caccesca IX della Giorn. l in dodici dialetti italiani, ristampata in PapantI,
Iparlari italiani in Certaldo, Livorno, 1875, pp. 11-47. Per il concetto del dia-
letto nell'antichità e nel medioevo, v. K. Errwayrr, Veber das Wesen ecc., $ 1.
44 Per quanto riguarda il concetto nazionale insito nella storiografia ro-
mantica, contrapposto all'universalismo e cosmopolitismo del periodo illu-
ministico, cfr. B. Croca, Teoria e storia della storiografia, Bari, 1917, p. 252.
Nei secc. XVII-XVIII, i primi dizionari e le prime grammatiche dialettali
servono a fare evitare forme ed espressioni dialettali nello scrivere, e cfr.
GG?, I, pp. 17 e 56.
‘5 “ Rimische Studien ,, III, Zurigo (1808), 211-543.
4 Ringrazio qui pubblicamente i proff. Gamillscheg e Jud per la cortese
sollecitudine con cui vollero aiutarmi nella consultazione di questa ras-
segna, il primo inviandomi un succoso estratto, il secondo facendomi per-
venire il volume della Rivista in cui la rassegna è inserita.
11 Cfr. IGG?, I, (66.
48 Il Fernow crede che la lingua di Roma, sparsa in tutta l’Italia, non
sia riuscita a sopprimere gli antichi dialetti provinciali, ma soltanto a
trasformarli. Questi dialetti, usati sempre accanto alla lingua ufficiale di
Roma, dettero origine ai dialetti romanzi, dai quali, venuto meno l’uso
della lingua latina, si formò la lingua italiana (è la teoria dantesca del
volgare illustre).
328 Nunzio Maccarrone,
‘9 I dialetti settentrionali sono: il genovese, il piemontese, il milanese,
il bergamasco, il bolognese, il veneziano, il padovano, il lombardo; i me-
ridionali sono: il romano, il napoletano, il calabrese, il siciliano, il sardo
e il corso. La divisione non è però in tutto eSùtta, perché il genovese, che
dovrebbe figurare, per la sua posizione, fra 1 dialetti meridionali, figura,
invece, per le sue caratteristiche, fra i settentrionali.
5 Teber die sogenannten unregelmiissigen Zeitwòrter in deni roman. Spra-
chen, Berlino, 1840, p. 109 sgg.
Grammatik der italienischen Sprache, Halle, 1844, p. 624 sgg.
® Grammatik der romanischen Sprachen, Bonn, 1836-43. La rassegna dei
dialetti italiani appare solo nella 2* ediz., del 1856, pp. 79-88. Nella 1° ediz.
se ne fa un brevissimo cenno di quattro righe a p. 63.
5 La clef des langues, Berlino, 1804, p. 54.
5 Cfr. RDR, III (1911), 194 n.
% Sul Fuchs, sul Blanc e sul Diez v. GG? I, 104 sgg. e A. CaneLLo, IT
prof. F. Diez e la filologia romanza nel nostro secolo, in “ Riv. Europea ,,
III (1872), 493 e 501.
5% Ripubblicata nelle successive edizioni della stessa “ Enciclopedia ,, ri-
battezzata dal Boccardo col nome di “ Nuova Enciclopedia ,, e nel volume
del Biondelli stesso, Studi linguistici, Milano, 1856, art. 8°: Ordinamento
degli idiomi e dei dialetti italici.
Famiglia carnica, veneta, gallo-italica, ligure, tosco-latina, sannitico-
Japigia, bruzio-sicula, sarda.
#% Le versioni di questa “ Parabola , negli altri dialetti italiani rimasero
inedite e furono pubblicate dopo, di sulle carte dell'autore, dal Salvioni:
v. l'elenco delle versioni pubblicate in MALINC, V, XV (1915), 774 sgg.
* Un articolo ispirato a quello del Biondelli scrisse il Correnti, a scopo
di divulgazione popolare e di educazione civile e patriottica, nell’alma-
nacco: Il nipote del Vestaverde, del 1856, p. 118. Cfr. T. MassaranI, Cesare
Correnti nella vita e nelle opere, Firenze, 1907, p. 175 sgg.
© Vedi la commemorazione di B. Biondelli in RILomb, S. II, XXI (1888),
26 sgg.
® Cfr. B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari, 1921,
II, p. 125 sgg.
© Cfr. il Proemio al vol. I.
© Cfr., per questo, TrrrACINI, a. c., specialmente pp. 130-133 e 140-41.
“ Aree e limiti linguistici nella dialettologia italiana moderna, Rocca S. Ca-
sciano, 1916, p. 99 sgg. In questo lavoro il T., come conclusione di uno
studio geografico-linguistico su alcuni fenomeni fonetici e morfologici tratti
dalla nota raccolta del Papanti, divide l’Italia dialettale in quattro parti:
Il concetto dei dialetti e 1° “ Italia dialettale ,, ecc. 329:
Italia settentrionale; Italia meridionale, comprendente la penisola cala-
brese e salentina; Italia occidentale (con la Sardegna e la Corsica); Italia
orientale, con al centro la Toscana (cfr. GSTLIT, LXIX (1917), 391). Il
Bartoli nel sub Grammatische Uebersicht tiber di Ki italien. Mundarten in Savy-
Lopez, Altitalienische Chrestomathie, Seo 903, p. 171 ritiene che l’Ap-
pennino formi “ diversi aggruppamentil di si fenomeni o tipi lingui-
stici, e della stessa opinione si mostra ora anche in GSTLIT, LXIX, 388,.
riportando i risultati del Trauzzi intorno a Gerti limiti di fenomeni dialet-
tali o di dialetti segnati dall'Appennino; ma, sia nella divisione dei dialetti
italiani pubblicata in quel libro, sia nell’abbozzo pubblicato in questa ri-
vista, “ si classificano pit che i linguaggi le varie specie d’innovazioni ,
Cfr. anche\W. Meyer-Ltisxe, Grammatica storica della lingua italiana e dei
dialetti toscani, nuova ediz. curata da M. Bartoli, Torino, 1917, p. 8 sgg.
S Op. c., p. 190 sgg. Il G. divide i dialetti italiani in sei tipi: gallo-ita-
lico, reto-romanzo, ligure-romanzo, illiro-romanzo, italico-romanzo, toscano.
°° Cfr. quanto ha testé scritto in proposito il Bartoli: Per Za storia della
lingua italiana in AGII, XXI (1927), 73 sge.
66 bis Cfr. K. Vossink, op. c., p. 121.
* Cfr. RDR, III, 197 e Mever-Liiske, Grammatica storica ecc., p. 8.
S AGII, I, 4383 sog.
Die istrianischen Mundarten, Vienna, 1893.
70 AGM, IX, 115 sgg.
n
Vienna, 1906.
7? Alla divisione dell'Ascoli (per la nuova ediz. curata dal Salvioni, v. n. 75),
fedelmente seguita dal Gorra in Lingue neolatine, Milano, 1894, p. 95 sgg.,
tengon dietro:
I, quelle del Meyer-Libke. La 1%, pubbl. in GG! (1888), 548 sgg. (cfr.
GG? (1904), 696 sgg.), in cui lA. segui la divisione fattane nello stesso GG*,
427 sgg. dal Gròber (cfr. GG?, 551 sgg.). Questa divisione fu ristampata e
tradotta in italiano nell’appendice alla Grammatica storica della lingua e>
dei dialetti italiani di FP. D’Ovidio e di W. Meyer-Libke, trad. da E. Polcari,
Milano, 1906, p. 127 sgg. Bisogna però notare che, mentre il Gréber di-
vide i dialetti italiani (escluso, s'intende, il reto-romanzo, che forma una
lingua a parte) in settentrionali, centrali, meridionali, il Meyer-Libke in
GG!, 550 e GG?, 698 è nella trad. ital., p. 179, li divide, non di proposito
e con la dovuta evidenza, in settentrionali, cioè quelli parlati nell'Italia
settentrionale, a nord dell'Appennino, fino al Varo (?) (nel GG?: alla Vara),
verso ovest, fino all’Esino, verso est, e meridionali, cioè quelli parlati nel.
Das Dalmatische. Altromanische Sprachreste von Veglia bis Ragusa und
ihre Stellung in der Appennino-Balkanischen Romania in SBALKKOMM,,
330 Nunzio Maccarrone,
resto della Penisola, compreso il siciliano e anche, benché non lo dica, il
sardo e il corso. Fra i settentrionali e i meridionali in genere, sta con un posto
a sè, il “veneziano , (GG!, 555, GG?, 705 e p. 200 della traduz. italiana).
La 2*, pubbl. nella Grammatik: der roman. Sprachen. 1: Romanische Lautlehre.
Lipsia, 1890, p. 12 sgg. (cfr. la trad. fr., Parigi, 1890, p. 12), in cui per la
prima volta, il Meyer-Liibke forma del sardo-corso un dialetto subordinato
all'italiano e pone, come dialetti di transizione fra i settentrionali e i me-
ridionali veri e propri (abruzzesi, dialetti della Capitanata, pugliese, napo-
letano, calabrese, siciliano), i dialetti dell’Italia centrale (toscano, aquilano,
umbro-romano) (cfr. RDR, ILL, 197-8 n.). La 3*, quasi identica alla 2°, pubbl.
nell'Einfihrung in das Studium der roman. Sprachwissenschaft, Aidelberga,
1901, p. 21, in cui non vi è di nuovo che la denominazione di “ veneto di
data al “ veneziano ,, il gruppo sardo-corso formante una lingua a parte,
e una maggiore suddivisione dei gruppi principali in sottogruppi. La 43,
pubbl. nell'Einfiuhrung® 0 l’ediz. spagn. di Castro (1914), pp. 46-47),
in cui l'A., seguendo il îo. stacca il corso dal sardo (suddiviso in
quattro sottodialetti e nom in to, come nella precedente edizione) e, se-
guendo il Bartoli, considera il dalmatico come lingua a sé. La 5%, pubbl.
nell'Einfùhrung*, (1920), in cui, seguendo il Bartoli, il gallurese e il sas-
sarese sono considerati, insieme al corso, come dialetti del sistema italiano.
II, quelle del Bartoli. La 1% pubbl. nel citato Grammatische Ueber-
sicht ege. (1903), p. 171 sgg. (cfr. quanto ne dice il Guarnerio in AGII, XVI,
496-7\e quanto se ne dice sopra a n. 64). La 2*, pubbl. in forma dif abbò
in GSTLIT, LXIX (1917), 392, per cui v. n.,64. La 3a, pubbl. anch’ ue;
forma di abbozzo, nella Grammatica storica ecc. (1928), p. 3 seg.
III, quelle del Guarnerio. La 1%, pubbl. in AGHI, XVI (1905), 516, in
cui, seguendo il Bartoli, oltre all’istriano, anche il corso, staccato dal sardo,
‘formante una lingua a parte (suddiviso in campidanese, logudorese, gallu-
rese e sassarese); è congiunto al sistema italiano. Tutti i dialetti vi sono
'- divisi in settentrionali, centrali, meridional fra 2*, pubbl. in RDR, III (1911),
201, conforme a quella del piena) Liibke,' pubbl. nell’ Finfwuhrung®. La 88,
pubbl. in Fonologia romanza, Milano, 1918 (cfr. GSTLIT, LXXII (1918), 347-49).
IV, quella del Goidànich, pubbl. nel citato vol. L'origine e le forme, ecc.
(p. 200 sgg.) (cfr. n. 65) (cfr. GSTLIT, LXIX (1917), 392-8).
1%
Atm da
V, quella del Battisti, pubbl. in Testi dialettali italiani (BZRPH, 49, n.4,
Halle, 1914), P. I: Italia settentrionale, pp. 190-91, in cui i dialetti sono
divisi in cinque gruppi principali (veneto, lombardo (compreso il grigione
o ladino), piemontese, genovese, emiliano) suddivisi in numerosi sottogruppi
(cfr. GSTLIT, LXIX (1917), 392-3). P. II: Italia centrale e meridionale (1921)
«in nove gruppi (v. “ Contenuto , al | ‘principio del vol.) (toscano, marchi-
Il concetto dei dialetti e l’ “Italia dialettale ” ecc. 3831
giano, umbro-romaneseo, campano-romanesco & Napoli, abruzzese, pugliese,
Basilicata, Calabria, Sicilia).
VI, quella; del Bertoni, pubbl. in Italia dialett., Milano, 1917, p. 55 sgg.,
in cui i dialetti sono divisi in italo-gallo-ladini, veneti, centrali, meridio-
nali (cfr. GSTLIT, LXXII (1918), 160-61).
VII, quella del Trauzzi, pubbl. in Aree e limiti ecc. (efr. n. 64).
VII, quella di P. Savj-Lopez, pubbl. in Ze origini neolatine, Milano,
1920, p. 237 sgg., in cui i dialetti formano quattordici gruppi, dei quali il
primo è (a partire dal nord) il piemontese, e l’ultimo, il siciliano, e il
sardo-corso, il dalmatico, il ladino formano delle lingue a sé.
IX, quella del Merlo, pubbl. in ID, I (1924), 12 sgg., conforme a quella
dell'Ascoli: il sardo però fa parte a sé (il M. non si pronunzia esplicita-
mente per il gallurese e il sassarese) e il veneziano vie e,staccato dal
3° gruppo dell'Ascoli e congiunto ai dialetti del 2° gruppo }/
7 RILomb, XLIII (1910), 74.
meto e il dalmatico (p. 892 n.).
Cfr. Terrdomi, À. c., p. 145.
" Ladinia e Italia, in RILomb, L (1917), 41-78.
" Per tutte le pubblicazioni del Battisti, intorno all'argomento, rimando
alla RLINGR, I (1925), 419 sgg.
" Cfr. Merlo, in ID, I, 17-18.
7° GSTLIT, LXIX (1917), 389-90}6
°° Cfr. Bartoli, in GSTLIT, LXIX (1917), 393.
SL fr ini 67.
? Per i rapporti coi dialetti meridionali, v. ora Merlo, in ID, I, 238 sgg.
se Patroni, in RILomb, LIV (1921), 342 sgg.
8 Cfr. RDR, III, 198 sgg.
5% Cfr. RDR, III, 198 sgg. e RLINGR, II, 214 sgg. e ID, IT, 156-210 e III, 1-69.
8 Cfr. GSTLIT, LXIX, 392; id.in Barrori, Gramm. Uebersicht ecc., p. 178. ) f
8 Cfr, ID, I, 21-22.
MING fr; Mryer-Liige, Gramm. storica ecc., p. 8 e bibliografia ivi citata.
332 Nunzio Maccarrone - Il concetto dei dialetti, ecc.
88 Per i suoi sconfinamenti sul versante occidentale appenninico, vedi
ML o13:
8° GorpAnica, op. c., p. 142 sgg.
9 Per il Bartoli, in AGI, XX, 182 sgg., in questo vocalismo potrebbero
vedersi piuttosto delle innovazioni gallo-romane: Per quanto osservò il Merlo.
in ID, I, 13 sgg., sulla condizione metafonetica di questo vocalismo nei
dialetti abruzzesi e pugliesi, cfr. Bartoli, ib.
% V. intanto Mrrer-Liisxe, Gramm. storica ecc., p. 6 sgg.
Estratto dalla Silloge linguistica
dedicata alla memoria di Graziadio Isaia Ascoli
(dall’ Archivio glottologico italiano, vol. XXII-XXIII).
Nella, stessa Rivista (vol. XX, Sez. Neol.) e dello stesso Autore
è DI lo ‘studio di lessicografia storica: Le denominazioni del
“tacchino ,, e della “ tacchina ss nelle lingue romanze.
“ Indagine laboriosa, diligente e accurata. Il M. ha estesa
la sua ricerca, con saggio criterio, a tutto il campo romanzo,
senza trascurare altri territori Ro quando da essi potesse
venirgli qualche utile sussidio ,
a. BERFONI, nella Ca II (1926), f. II, 339.
x (TRE Travail esbisicioziadi ittent documenté et. ap-
profondi sur les noms du dindon et de la dinde dans les langues
romanes ,. i ;
J. Jun, in Romania, LII (1926), 369.
“ Sujet bien choisi parce quil | s'agit d’une volaille bien
déterminée dont la provenance est exactement connue. On est
en pleine histoire, et ceci permet des conclusions nettes et pré-
cises ,.
A. Maturo, in Bulletin de la Société de ling. de Paris,
XXVIII (1927), 139.
x “ Cette renarquable 6tude est, croyons nous; le premier
travail de lexicographie (congu suivant les méthodes de géo-
‘graphie linguistique) qui embrasse l’ensemble de la Romania.
L'autéur, qui combine judicieusement la méthode FINI
et la méthode historique, a une très riche documentation... ,.
A. Davzar, in Revue de philologie a
XL (1928), 220.